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Scritto commemorativo - La costruzione dello stabilimento

Gli imprenditori furono tre coppie di fratelli

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Gli imprenditori furono tre coppie di fratelli di ritorno dalla Spagna, dove con il commercio avevano raggiunto una certa agiatezza: Geremia e Giacomo Mini, Rodolfo e
Ulisse Conzetti, Bernardo e Francesco Ragazzi. Animati dal successo delle terme di St. Moritz, di Bormio o di Scuol Tarasp, che intorno alla metà dell’Ottocento costituivano
il punto di attrazione del turismo in questo tratto di arco alpino, nel 1849 richiesero al Comune il diritto di sfruttamento della sorgente di acqua sulfurea. A quei
tempi sgorgava ai piedi della montagna in un appezzamento di proprietà della cappellania – più tardi parrocchia – di Le Prese, all’interno del perimetro del villaggio,
in quanto parecchie case sorgevano allora sulla riva del lago. Dopo non facili trattative, i fedeli di Le Prese vendettero alla Società l’appezzamento con la fonte. Le autorità
comunali concessero l’uso di detta acqua ponendo alla concessionaria la condizione di erigere in vicinanza «un fabbricato comodo ed adattato» a scopo di cura.
Ottenuta la concessione il 27 marzo 1850, gli imprenditori fondarono la Società Bagni alle Prese, del cui consiglio di amministrazione fece parte anche Tommaso
Lardelli, l’urbanista ideatore del quartiere dei Palazzi a Poschiavo.
Acquistarono gli immobili vicino alla sorgente. Scelsero tra i piani elaborati per lo stabilimento quelli di Bernardo Ragazzi e incaricarono l’ingegner Rossatti di Sondrio di controllarli e perfezionarli. L’ingegnere li presentò riveduti e corretti con un preventivo di 150'000 franchi, mentre gli iniziatori non intendevano superare una spesa
totale di 60'000 franchi, di cui 45'000 per la struttura e 15'000 per l’arredamento interno. Nella rielaborazione dei progetti fu coinvolto un ulteriore architetto, Giovanni Sottovia
di Vicenza, che in collaborazione con Tommaso Lardelli stava cambiando l’aspetto non solo del quartiere dei Palazzi, ma di tutto il borgo di Poschiavo e che avrebbe poi
progettato gli alberghi più prestigiosi che siano stati costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta dell’Ottocento a Scuol, St. Moritz, Pontresina e Promontogno. I piani vennero
ottimizzati, compresi quelli dell’organismo architettonico della fonte d’acqua sulfurea. Per finire, il consuntivo venne ad aggirarsi sui 200'000 franchi. Tuttavia il fatto che
il Sottovia ponesse mano all’impresa rendeva lo stabilimento dei Bagni tanto più pregiato.
L’edificio principale assunse l’aspetto di un’elegante villa italiana a due piani con corpo centrale e ali angolari salienti. Conteneva una quarantina di camere spaziose
con 60 letti; a pianterreno si trovava il refettorio, un caffè con bigliardo, una sala di lettura con pianoforte e l’ufficio della direzione. Un giardino molto ben curato lo metteva
in diretta comunicazione con il lago. Da lì lo sguardo spaziava lontano verso sud sulle Montagne Orobiche, sulle vicine vette frastagliate dei contrafforti retici del Bernina
e del Sassalbo.
I lavori di costruzione si protrassero per anni, e i Bagni di Le Prese aprirono per la prima volta i battenti nell’estate del 1857 quando non erano ancora del tutto terminati.
A partire dall’anno seguente poterono cominciare le cure complete: bagni di acqua sulfurea, riscaldata a vapore, che si prendevano in undici vasche di marmo e due
docce collocate nell’aggiunta semicircolare, una specie di esedra, sul lato nord; assunzione di acqua sulfurea e di un’eccellente acqua dolce di una sorgente vicina con dispositivi
idroterapici; un medico, dotato di farmacia e con alloggio nello stabilimento stesso, dirigeva le cure. Negli anni successivi il complesso, distinto ed esclusivo
fin dall’inizio, si ingrandì. La Società continuò a comprare terreni, vi creò intorno un parco all’inglese con abeti e larici, tigli e aceri, ippocastani e platani, vi costruì
stradette per le passeggiate. A sud della sorgente dell’acqua sulfurea sistemò una scuderia con 40 posti per cavalli;
a nord, contro montagna, eresse una dependance, un vivaio per la conservazione delle piante ornamentali, nonché una chiesetta anglicana per la clientela d’oltremanica,
tenuta allora in particolare considerazione.

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